Il valore del sintomo in ambito clinico

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I due modi di intendere la cura nella nostra società

In questo scritto descriverò sinteticamente i due modi di intendere la cura e il diverso modo di utilizzare i sintomi in ambito psicologico, nella formulazione di una diagnosi psicologica.

Il primo modo è quello organicista che si rifà a una concezione della persona come un insieme di pezzi, di organi; la terapia è volta a ristabilire l’equilibrio dell’organo: il cervello.
La terapia è volta all’uso di farmaci che possano ristabilire l’equilibrio del cervello.

Il secondo modo considera la persona come un tutto organizzato, un sistema complesso, in cui i sintomi psicologici sono come un segnale di un problema nell’intero sistema della persona. Il sintomo è un segnale che va decodificato; spesso il vero motivo del manifestarsi del sintomo non è ancora chiaro al soggetto. In ottica psicodinamica diciamo che il sintomo è una manifestazione dell’inconscio, cioè appunto di qualcosa di cui non siamo consapevoli.

Sta proprio qui una delle principali differenze tra le due prospettive; la prima confida sulla supremazia della ragione, svalutando la presenza di altri modi di conoscere, che non siano quelli della logica e della razionalità. Questo avviene anche nonostante il fatto evidente che la ragione non ha debellato, come si sperava, i mali della società.
Se il nostro comportamento dovesse essere guidato dalla sola ragione, sarebbe logico dedurre che avremmo costruito un sistema sociale in cui convivere insieme pacificamente.

La seconda crede sì nella razionalità e proprio per questo è consapevole che l’uomo è un sistema complesso, che funziona sia a un livello razionale, sia a un livello non razionale, implicito.
Entrambi i livelli sono importanti e sarà l’equilibrio tra i due a permettere un’evoluzione umana.
Il nostro cervello sembra utilizzare, in maniera non ancora chiara, queste due modalità di funzionamento. Sembra che l’emisfero destro sia deputato alla sfera emotiva e quello sinistro a quella cognitiva. Ovviamente questa è una semplificazione a scopo didattico.
Tutti i clinici concordano sul fatto che è il sistema nervoso sia il sistema interessato quando si parla di disturbi psicologici, quindi siamo tutti consapevoli che accadono delle alterazioni biochimiche e fisiche nei circuiti sinaptici, cioè nei circuiti costituiti da cellule nervose, ma:

non sono ancora chiari i circuiti nervosi coinvolti nelle diverse sindromi psicologiche;
anche la relazione terapeutica, tra terapeuta e paziente, ha la stessa funzione del farmaco.

Descriverò qui di seguito due esempi clinici per rendere ancora più comprensibile cosa accade nella realtà.

Il paradigma organicista

Una persona di circa 55 anni, si reca dal medico di base perché affetto da ciò che sarà diagnosticato come attacco di panico. Per numerosi anni viene trattato prevalentemente attraverso terapia farmacologica. Dico prevalentemente, perché oltre alla cura farmacologica (che si è rivelata inefficace perché i sintomi non scompaiono, anzi si strutturano e il paziente finirà con l’utilizzare i farmaci nella modalità selp-help, cioè al bisogno), si è abbinato ai farmaci anche un breve periodo dallo psicologo e da un gruppo di auto-aiuto specializzato per la cura dell’ansia, oltre che visite con diversi specialisti psichiatri. Egli riferisce che i medici da lui consultati hanno prevalentemente dato al farmaco il potere della guarigione.
Dopo 6-8 mesi di psicoterapia, dichiara di sentirsi rilassato per la prima volta in vita sua, una condizione di cui non aveva mai fatto esperienza.
Il paziente è ancora in cura perché la situazione non è ancora stabilizzata del tutto.

Nell’ottica classica il farmaco ha la funzione di eliminare l’ansia riequilibrando i neurotrasmettitori nel cervello. Questo metodo non ha funzionato.
Quello che ha funzionato è che sono state rinforzate le convinzioni patogene su di sé; e in particolar modo si è rinforzato un sistema patologico in cui il paziente, appena sente delle emozioni, li interpreta come segno visibile del fatto che è una persona malata, diversa dagli altri. La paura di essere considerato diverso e quindi abbandonato o rifiutato provoca in lui un aumento del’ansia sino, nei casi estremi, alla paura di morire.
Così, anziché vivere la propria vita, avere stima di sé, e vivere le emozioni come parte dell’essere umani, ha imparato a tentare di bloccarle e per far questo si è servito dell’ausilio dei farmaci.
Vive costantemente con i farmaci con sé, per paura degli attacchi d’ansia e questa preoccupazione lo accompagna sin da quando si sveglia al mattino.

Il paradigma psicodinamico

Nell’ottica dell’Analisi Transazionale Psicodinamica, il sintomo è collocato all’interno della personalità del soggetto.
Nel caso in oggetto, ci troviamo dinanzi a una persona che ha una personalità fobica, cioè una persona che tende a evitare; ad esempio evitare di sentire ciò che prova per non sentirsi inadeguato.
Precoci esperienze infantili in cui ha sperimentato la possibile morte sua e dei suoi cari; un’identificazione con figure genitoriali che hanno paura e ansia, in un ambiente poco attento al contatto con i vissuti emotivi dei bambini, ma focalizzato sul lavoro e la sopravvivenza hanno probabilmente contribuito alla percezione di un mondo fatto di persone distanti.
Il bambino si sente inadeguato o pensa di esserlo, se il genitore invia un messaggio del tipo “se sei troppo dipendente da me non ti voglio bene; devi essere come quella persona (zio, fratello, amcio) che è già grande e autonomo”.
Una precoce adultizzazione come pseudosoluzione per compiacere la madre.
Se mi faccio vedere diverso e/o se mostro la mia fragilità, coerente con la mia età, sarò percepito debole, cioè pauroso, inadeguato e sarò umiliato, proverò vergogna.
Per evitare di sentirmi umiliato farò di tutto per non far vedere che ho bisogno.
I sintomi che conducono la persona in terapia sono apparsi dopo che è andato in pensione.
La pensione è connessa alla paura di non poter controllare più il mondo che si era costruito. Un mondo fatto di cose stabili in cui la relazione con gli altri è ridotta al minimo indispensabile.
Egli deve separarsi dall’idea di base, cioè che le relazioni umane sono possibili solo se non crea problemi agli altri, così come aveva fatto con la madre; così egli si adatta nei contesti relazionali significativi e tende a evitare il conflitto ma con ciò evita la vita relazionale nella sua essenza.
La relazione più stabile è quella che ha costruito con il farmaco, di cui è dipendente non tanto per l’effetto chimico (egli assume dosi bassissime), bensì per quello psicologico.
La persona sta accrescendo la comprensione di se stesso e man mano sta modificando il suo modo di relazionarsi a se stesso e agli altri questo processo sta producendo un maggior controllo sui sintomi e soprattutto una riappropriazione di se stesso e del proprio valore.

Bibliografia
Novellino Michele, Psicologia clinica dell’Io, Astrolabio, 1991.
Dazzi Nino a cura – V. Lingiardi e F. Gazzillo, La diagnosi in psicologia clinica, Raffaello Cortina Editore, 2014.
McWilliams Nancy, La diagnosi Psicoanalitica, Astrolabio, 1999.

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